Uno spazio
classico – l’Auditorium della Camera di Commercio di Firenze - sistemato in
modo un pò particolare (c’è un video,
anche se artigianale, per rendere l’idea), una squadra di 18 persone tra
moderatori, cronisti, osservatori, coordinatori ed organizzatori vari; di
estrazione anche molto diversa, dal mondo accademico, alla ricerca, ai
consulenti d'impresa e qualche imprenditore.
Ed un’altra cinquantina
di convenuti, che si sono volentieri prestati al gioco, chi per curiosità chi
per voglia di interagire.
Alla fine tanti,
se non proprio tutti, soddisfatti, facce distese e quella espressione tipica di
chi sa di aver dato qualcosa, di aver contribuito a fare un passettino in
avanti in un rapporto di scambio con gli altri che lo ha portato quantomeno ad
arricchire il suo contesto relazionale.
Impressioni a prima vista.
Il workshop
è scivolato via agile, senza le solite pause prolungate, con interventi sempre
molto misurati nei tempi, senza eccessi né distrazioni, la cosa più sofferta è
forse stata la chiusura del seminario, allorquando la voglia di del confronto
sembrava prevalere sulle esigenze di … alimentazione dei presenti.
Qualche ombra ?
certo, è naturale: tra i convenuti, che ignoravano almeno inizialmente di dover
svolgere il ruolo delle cavie da laboratorio, ne trovi sempre qualcuno che non
è riuscito ad esprimersi come magari avrebbe voluto, i famosi blocchi
comunicativi ci sono sempre, basta ci sia nel gruppo qualcuno che tende a fare
troppo il leader.
Ma veniamo
alle prime osservazioni in ordine sparso.
I risultati ? Di due tipologie.
Una sui contenuti e qui vorrei lasciare la
penna ai moderatori e cronisti dei 4 gruppi.
Il menù proponeva
4 diversi ambiti di discussione, (il futuro della scuola e dell’università, il
rinnovamento del sistema della formazione, la creatività e l’innovazione nelle
imprese e la rete di conoscenza) su cui confrontarsi per capire, valutare,
prospettare modelli di interpretazione e di analisi del KM.
Diverse proposte
interessanti, come i mediatori di innovazione per le imprese, la necessità di
un nuovo lessico, la convergenza dei risultati, l’equilibrio degli approcci e
le strategie di conduzione, la convergenza delle soluzioni … ma ci aspettiamo
tutti analisi più puntuali.
L’altra categoria
di risultati riguarda il metodo ed
almeno per me è quella che interessa maggiormente, anche perché più inusuale.
Certo non è facile
valutare l’effetto di tutte le variabili al contorno, ma in effetti si potrebbe
- almeno come ambizione ultima – valutare e comparare l’efficacia del livello
di partecipazione o i meccanismi formali ed informali di condivisione, come se
fossimo davvero alla ricerca di regole che possono facilitare il modo di
sviluppare la creatività nelle interazioni di gruppo.
Qualche
informazione di contesto sulla sperimentazione condotta nei 4 gruppi:
Ad ogni gruppo
hanno partecipato inizialmente una dozzina di persone abbastanza interessate,
ed i gruppi, seguiti da un moderatore ed un cronista, differivano non solo per
la tematica ma anche per la tecnologia di supporto e lo stile di conduzione
(ogni moderatore ha adottato il metodo di conduzione che gli è più abituale).
Tra i moderatori
ed i cronisti, c’era chi stava in piedi e chi dava le spalle alla lavagna, chi
si poneva in modo più frontale e chi era più defilato, quasi ad osservare.
Accanto ai
moderatori erano posizionate tecnologie (di memorizzazione, di condivisione, di
partecipazione ? difficile predefinirle, dipende dall’uso che se ne fa) di
vario tipo: oltre alla classica lavagna a fogli mobili - il block notes di
gruppo per eccellenza, sicuramente ancora il più utilizzato al giorno d’ oggi -
sono comparsi anche altri strumenti, un leggio interattivo, un tablet pc, una
lavagna interattiva.
Lo stile era molto
vario: l’approccio a volte era più guidato dal moderatore, indirizzato da
domande chiave che portavano ad altre domande problematiche, a volte più
spontaneo, più naturale e forse più coinvolgente per un gruppo ancora poco
rodato, ma non sempre in grado di assicurare una certa focalizzazione nella
ricerca delle soluzioni, anzi con tendenza un po’ alla divagazione … la
condivisione del problem setting appare ancora più complessa del problem
solving.
E qualche riflessione,
sempre in ordine sparso, almeno per ora:
Il meccanismo di rotazione (i gruppi si
alternavano sui vari temi presidiati dai moderatori) ha funzionato ? direi si e
no, almeno dalle prime osservazioni; una domanda: quanto siamo portati o
abituati a costruire sulla traccia delle idee degli altri o invece tendiamo a
ristrutturare l’analisi del contesto ?
I tempi (20 min. / mezz’ora per ogni
gruppetto e per ogni argomento): non sempre sono stati sufficienti … altra
domanda: pecchiamo un po’ come capacità di sintesi ?
E la gestione del
tempo complessiva ? direi non sempre soddisfacente, si può e si deve migliorare
per non sprecare proprio la risorsa più critica che è il nostro tempo.
L’influenza delle tecnologie.
L’impressione è
che ancora oggi siano dominio di pochi, di quelli più esperti sul piano
tecnologico, non si coglie – almeno spontaneamente - il valore aggiunto della
tecnologia come fattore abilitante la partecipazione (un piccolo digital divide anche tra gli esperti di
KM ?).
In ogni caso, tecnologia
o meno, si tende a personalizzarne l’uso, il supporto di memorizzazione è quasi
sempre in mano a qualcuno come individuo, non sembra visto molto come risorsa
condivisa del gruppo di discussione.
L’avviamento: mi sembra di notare che si ingrana
meglio e prima nei gruppi finalizzati, ma si rischia di perdere qualcuno per
strada e questo può rallentare il percorso dopo; con l’approccio spontaneo si
effettua meglio il rodaggio, si facilita la conoscenza reciproca e si compensa
maggiormente la carenza di un linguaggio comune.
Le sintesi finali non sempre hanno reso
chiaramente la linea del confronto, il quadro di sintesi non è emerso in modo
evidente e questo certo ostacola anche la condivisione extra-gruppo, ovvero tra
gruppi differiti nel tempo.
Si tende a
registrare quasi sempre la traccia dei discorsi attraverso le parole, i
significati, la semantica attraverso il linguaggio … non è che abbiamo forse
bisogno di codificare ed utilizzare anche un linguaggio simbolico per le nostre idee ?
Se la sintesi è un
passaggio chiave cui porre particolare attenzione, credo sia comunque
importante sottolineare che laddove sono stati più utilizzati i supporti
tecnologici, è migliorato anche il livello di schematizzazione dei risultati …
I gruppi si sono
spesso comportati diversamente nei 4 diversi tavoli di discussione: ci
aspettiamo quindi correlazioni interessanti anche dalle analisi effettuate
dagli osservatori.
La presenza di regole non proprio rigorose (per capire
a cosa mi sto riferendo, potete vedere in un’altra sezione del sito un esempio
di regole
per il brainstorming che ho avuto modo di applicare in diversi contesti
organizzativi pubblici e privati) ha consentito peraltro anche una leggera
migrazione di alcuni partecipanti che si sono spostati autonomamente dal
proprio gruppo ad un altro.
Per concludere,
vorrei osservare come l’influenza sul livello di partecipazione sia legata
essenzialmente allo stile del moderatore, oscillante tra il democratico ed il
finalizzato; direi quindi che un ruolo chiave, forse il più determinante in
questo processo di KM, è proprio quello del “knowledge manager”, un equilibrato mix di coordinatore /
facilitatore / moderatore / conduttore, un ruolo sul quale probabilmente siamo
meno esperti in quanto anche poco abituati nei nostri diversi contesti, e per
il quale credo ci sia ancora molto bisogno di migliorarsi.
Passo e chiudo,
nella speranza che questi appunti possano contribuire ad alimentare il
dibattito, magari allargandolo ad altri soggetti della comunità.
Alla prossima
(Sabato 13, Future Centre a Vinci !) G2Tac